La micro intervista a: Flying Swallow

La micro intervista a: Flying Swallow

Micro intervista a Flying Swallow

Oggi riprendo finalmente il ciclo delle Micro Interviste e sono felice di farlo intervistando l’autrice del blog Flying Swallow, Antonia Di Lorenzo, expat a Londra. Seguo Antonia da diversi mesi e posso dire che è una delle scoperte più belle fatte nell’ultimo anno. I suoi post non sono mai banali, anzi spesso sono così profondi che ammetto di avere necessità di leggerli due volte per capirne bene l’essenza.
Con profondità sta vivendo anche il suo espatrio nella capitale inglese, avvenuto per inseguire il suo sogno di diventare giornalista. Nei suoi post ama spesso indagare proprio sul tema dell’espatrio tanto che, su questo argomento, ha scritto anche il suo secondo libro “Quando torni?”. Del romanzo lei dice:

“…Non sono storie di chi ce l’ha fatta, ma di chi ha vinto nonostante le debolezze. Di chi ha creduto nella grandezza dei propri sogni e nell’ inconsistenza delle proprie paure. Di chi non ha temuto di mostrarsi per quello che è.”

Iniziamo ora con le domande…

♠ Come ti vuoi presentare?

Terrona, dipendente dalla scrittura e dai libri dello scrittore Murakami. Un giorno mi denuncerà per stalking.

♠ Il perché del tuo espatrio?

Nessuno mi ha costretto, nè mi sono mai sentita obbligata a farlo. La mia è stata una scelta. Ma ci sono città che ti prendono e fanno di te ciò che da sempre desideravi. Quando ho capito che Londra avrebbe sortito su di me lo stesso effetto, ci sono rimasta. Ho studiato giornalismo mentre lavoravo in un ristorante, per poi mettere pian piano i mattoncini per avviarmi verso una carriera più concreta.

♠ Se dico “casa”, qual è la prima che ti viene in mente?

Quando leggo un libro che mi piace, mi rivedo nei suoi personaggi cercando tra le pagine qualcosa che possa appartenermi o rispondere alle mie domande. Questo mi fa sentire a casa.
Quando di sabato mattina l’aria è fresca ma attraverso i vetri delle finestre filtra qualche tipiedo raggio di sole, io immagino di ascoltare il rumore del mare, allora mi sento a casa.
Perchè per noi “espatriati” è semplice avvertire nostalgia degli affetti di casa. La vera sfida consiste nel domarla, affinchè divenga parte di noi ma non una malattia inguaribile. E sarà allora che saremo in grado di costruirci dentro una casa, per poter farvi ritorno ogni giorno. È quando capisci che i ritorni come le partenze possono avere come meta anche un luogo diverso da uno geograficamente esistente, e che non necessariamente consistano in uno spostamento fisico. Tutto ha a che fare con te: puoi essere la ragione e la meta del tuo viaggio.

♠ La tua casa attuale la vivi come un transito o l’hai fatta tua personalizzandola?

Se ci sono dentro, automaticamente diventa uno spazio che sento di personalizzare. Che sia per un mese, un anno o tutta la vita. Credo che si debba far proprio ogni suolo che si calpesta.

♠ Il tuo luogo dell’anima in Italia? Un luogo dove ti senti bene.

Qualsiasi punto, scorcio o vicolo stretto da cui si veda il mare, con gli amici di sempre.

♠ Il tuo luogo dell’anima a Londra?

La metropolitana londinese sortisce un forte ascendente su di me, al punto che ogni dettaglio sembri ispirarmi. Contiene cosí tanti volti, cosí tante storie e talmente tante vite, che può prestarsi ad una metafora della vita in una grande metropoli come quella londinese: quella in cui tutti iniziano il loro viaggio salendo sullo stesso vagone, incrociando gli sguardi e sfiorandosi i gomiti, per poi fermarsi ad una fermata differente, o scegliere di proseguire.

♠ C’è una foto scattata da te o a te, appartenente alla tua nuova vita, che riveste un significato particolare?

I viveri dell'emigratoQuesta è la foto del famigerato “pacco di viveri” proveniente dall’Italia, quando tua madre, in occasione del Natale, pensa che tu stia vivendo in un villaggio dell’Uganda in cui non esistono supermercati e l’unico modo per bere acqua potabile sia raccoglierla in un pozzo distante venti chilometri. Una nostra usanza tribale che credo rappresenti la mia vita, come quella di tanti altri che si trovino all’estero. Un qualcosa che gli inglesi non riusciranno mai a comprendere.

♠ Una cosa o un oggetto che ti segue in tutti i traslochi?

I miei libri.

♠ L’abitudine a Londra che hai fatto tua?

Rendere masticabili i sandwich del supermercato, dalle bizzarre combinazioni. Anche se significa mangiarne uno con rucola, formaggio, prosciutto e… salsa di mirtilli.

♠ L’abitudine italiana a cui non sai rinunciare nemmeno lì?

Il mio espresso appena sveglia.

♠ Cosa fatichi ad accettare di Londra?

Sono quasi riuscita ad abituarmi al modo alla Stanlio ed Ollio con cui gli inglesi pronunciano “cappuccino” e a vederli consumare i propri pasti in un vagone, ma l’assenza delle spine nei bagni e la nonchalance con cui gli inglesi indossano infradito e shorts al primo tipiedo raggio di sole, spesso mi stimola l’idea di avviare una petizione per introdurre le prime, e sabotare la seconda.

♠ Affetti esclusi, cosa ti manca di più dell’Italia?

Entrare in un bar e chiedere un caffé senza che il cameriere di turno ti rivolga la domanda: single o double? Con panna o senza panna? Con cacao o senza? Zuccherato? Tua madre e tua nonna le metto in cima alla panna? Poi da napoletana, non posso ignorare la regina indiscussa: la mozzarella.

♠ Se immagini il tuo futuro, d’istinto, senza se e senza ma, dove ti vedi?

Non mi vedo in nessun luogo specifico. Il messaggio che ho tentato di trasmettere con il mio libro Quando torni? – che affronta il tema della migrazione in Regno Unito in chiave romanzata, dando voce alle storie dei suoi personaggi – é che non conta in che luogo tu possa trovarti. Su di una spiaggia in Thailandia o a bere tequila nel peggior bar di Caracas. In una metropoli o in una cascina di campagna. Nel luogo in cui tu sia cresciuto o uno differente. Conta con quanta passione tu riesca a costruire una vita affine ai tuoi desideri, e con quanta costanza tu riesca a trattenerla. Io ho appena iniziato, ed in futuro spero soltanto di proseguire.

♠ Vuoi dire qualcosa per concludere?

Concludo con la frase che è diventato il motto della mia vita, che creda possa fungere da monito per chiunque, espratriato o meno, scelga di vivere collezionando ogni attimo senza rimorsi: let it be (lascia che sia).
Perchè la vita è di chi osa e solo chi non si accontenta vince.

Mi sembra che non ci sia conclusione più bella di quella di Antonia quindi semplicemente la ringrazio per la sua disponibilità!

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